Le tracce che ci abitano: come le nostre prime esperienze continuano a guidare relazioni e scelte, anche quando desideriamo cambiare

Pubblicato il 3 aprile 2026 alle ore 05:46

di Claudia Rufini 

 

C'è un momento, spesso silenzioso e disarmante, in cui ci accorgiamo che qualcosa si ripete. Non necessariamente nei dettagli, non sempre nelle forme evidenti, ma nella sostanza sì: relazioni che iniziano con entusiasmo e finiscono nello stesso modo, scelte che promettono cambiamento e conducono agli stessi esiti, errori che sembrano nuovi e invece hanno un sapore familiare. È come se una parte di noi conoscesse già la trama, anche quando la storia sembra diversa. E allora emerge una domanda che non è solo cognitiva, ma profondamente esistenziale: perché torno sempre lì?

La risposta, per quanto possa apparire controintuitiva, non risiede in una mancanza di volontà o in una debolezza personale. Non è questione di “non aver capito abbastanza” o di “non impegnarsi abbastanza”. Al contrario, ciò che si ripete spesso ha una logica interna coerente, radicata in livelli profondi dell’esperienza. Ripetiamo non perché non cambiamo, ma perché qualcosa in noi sta cercando, ancora, di completare un’esperienza rimasta in sospeso.

Per comprendere questo fenomeno, è necessario spostare lo sguardo dalla superficie delle scelte al loro fondamento implicito. Le nostre decisioni, le nostre attrazioni, le nostre reazioni non nascono nel vuoto: sono influenzate da modelli interiori che si formano precocemente, nelle prime relazioni significative. La teoria dell’attaccamento, sviluppata da John Bowlby e ampliata da Mary Ainsworth, ha mostrato come il modo in cui siamo stati accolti, regolati e riconosciuti nell’infanzia contribuisca a costruire aspettative implicite su di noi e sugli altri (Bowlby, 1969; Ainsworth et al., 1978). Queste aspettative non sono semplici idee: diventano veri e propri schemi relazionali, modalità attraverso cui interpretiamo il mondo e ci muoviamo al suo interno.

Se, ad esempio, abbiamo imparato che l’amore è incostante, che la vicinanza può essere seguita da distanza, o che per essere accettati dobbiamo adattarci, è probabile che, anche da adulti, ci orientiamo — spesso inconsapevolmente — verso contesti che confermano queste dinamiche. Non perché ci piacciano, ma perché ci sono familiari. E la familiarità, per il sistema nervoso, è spesso più importante della sicurezza.

Questa dinamica è profondamente intrecciata con ciò che in psicologia viene definito memoria implicita. A differenza della memoria esplicita, che possiamo raccontare e richiamare consapevolmente, la memoria implicita opera al di sotto della coscienza, influenzando percezioni, emozioni e comportamenti senza passare dal pensiero narrativo. Daniel J. Siegel descrive questa forma di memoria come un insieme di schemi che guidano l’esperienza presente sulla base del passato, senza che ne siamo pienamente consapevoli (Siegel, 2012). È una memoria che non dice “questo è già successo”, ma che fa sentire “questo è come deve essere”. E così, ci ritroviamo a scegliere persone che evocano stati conosciuti, a reagire in modi che abbiamo già vissuto, a costruire contesti che, in qualche modo, rispecchiano ciò che abbiamo interiorizzato. Non è una scelta deliberata, ma un orientamento implicito. Il sistema nervoso cerca coerenza, non necessariamente benessere. Cerca ciò che riconosce, anche se è doloroso.

Il lavoro di Bessel van der Kolk ha ulteriormente chiarito come le esperienze non integrate, soprattutto quelle traumatiche, possano continuare a influenzare il presente attraverso il corpo e gli stati emotivi (van der Kolk, 2014). In questo senso, la ripetizione può essere vista come un tentativo del sistema di elaborare qualcosa che non ha trovato spazio per essere vissuto fino in fondo. Non è solo una riproduzione del passato, ma una ricerca — spesso inconscia — di una risoluzione.

C’è, in questa ripetizione, una dimensione paradossale e profondamente umana: torniamo verso ciò che ci ha ferito non per rimanere feriti, ma nella speranza, spesso implicita, di poter vivere un esito diverso. È come se una parte di noi dicesse: “questa volta andrà diversamente”. E in questo tentativo, si gioca qualcosa di essenziale: il desiderio di trasformare l’esperienza.

Tuttavia, senza consapevolezza e senza nuove esperienze, il rischio è che la storia si ripeta senza modificarsi. Perché il sistema, per cambiare, ha bisogno non solo di comprendere, ma di vivere qualcosa di diverso. È qui che entra in gioco il concetto di integrazione. Secondo Siegel (2012), la salute mentale è legata alla capacità di integrare diverse parti dell’esperienza, creando connessioni tra ciò che è stato vissuto e ciò che è presente. Quando questa integrazione manca, le esperienze rimangono frammentate e tendono a riattivarsi in modo ripetitivo.

Anche la dimensione relazionale è centrale. Le nostre relazioni attuali non sono solo incontri tra individui, ma spazi in cui si attivano modelli interiori. Ogni relazione significativa diventa un campo in cui il passato e il presente si intrecciano e proprio per questo, può diventare anche uno spazio di trasformazione. Quando incontriamo qualcuno che risponde in modo diverso da ciò che ci aspettiamo — che resta quando ci aspettiamo che se ne vada, che accoglie dove temiamo il rifiuto — il sistema nervoso ha l’opportunità di aggiornarsi. Questo processo non è immediato, né lineare. Spesso, ciò che è nuovo può essere percepito come destabilizzante. La sicurezza, quando non è familiare, può sembrare estranea. E allora, il cambiamento richiede tempo, ripetizione, esperienza. Non basta sapere che esistono alternative: bisogna poterle vivere, sentire, integrare.

La psicoterapia, in questo senso, offre uno spazio privilegiato per questo tipo di lavoro. Non solo perché permette di comprendere i propri schemi, ma perché crea una relazione in cui questi schemi possono emergere e, gradualmente, trasformarsi. La presenza del terapeuta, la qualità dell’ascolto, la possibilità di esplorare senza giudizio sono elementi che contribuiscono a costruire nuove esperienze relazionali. E in queste esperienze, il sistema nervoso può iniziare a riscrivere le proprie aspettative.

Ma anche al di fuori del contesto terapeutico, esiste la possibilità di interrompere la ripetizione. Il primo passo è riconoscerla, non come fallimento, ma come informazione. Ogni schema che si ripete racconta qualcosa: un bisogno non soddisfatto, una paura non elaborata, una parte di sé che cerca spazio. Invece di chiederci “perché continuo a sbagliare?”, possiamo iniziare a chiederci “cosa sta cercando di accadere attraverso questa ripetizione?”. È una domanda che apre, invece di chiudere, che invita all’ascolto, invece che al giudizio. E in questo ascolto, può emergere una comprensione diversa: quella che non si limita a spiegare, ma che connette. Perché, in fondo, non ripetiamo per restare gli stessi, ma perché una parte di noi non ha ancora avuto la possibilità di cambiare e ogni volta che qualcosa si ripresenta, non è solo un ritorno: è anche un invito, a fermarsi, a guardare, a sentire, a fare, forse per la prima volta, qualcosa di diverso. E forse è proprio lì, in quel piccolo scarto tra ciò che abbiamo sempre fatto e ciò che possiamo iniziare a fare, che si apre la possibilità più autentica: non quella di cancellare il passato, ma di non esserne più guidati inconsapevolmente; non quella di smettere di ripetere, ma di iniziare, finalmente, a scegliere.

 

Bibliografia
Bowlby, J. (1969). Attachment and Loss. Basic Books.
Ainsworth, M. D. S. et al. (1978). Patterns of Attachment. Lawrence Erlbaum.
Siegel, D. J. (2012). The Developing Mind. Guilford Press.
van der Kolk, B. (2014). The Body Keeps the Score. Penguin Books.

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