di Claudia Rufini
Ci sono momenti in cui smettiamo di riconoscerci. Non perché qualcosa fuori sia cambiato in modo radicale, ma perché dentro di noi si attiva uno stato che sembra alterare tutto: il modo in cui pensiamo, il modo in cui sentiamo, il modo in cui guardiamo noi stessi. Possiamo diventare improvvisamente più fragili, più duri, più chiusi, più reattivi. Possiamo dire cose che non ci rappresentano, fare scelte che non comprendiamo, sentire emozioni che sembrano sproporzionate. E allora nasce una domanda sottile, spesso carica di inquietudine: chi sono quando non mi riconosco?
È una domanda che tocca il cuore dell’identità, ma che spesso viene affrontata con un presupposto implicito: che esista un “vero sé” stabile, coerente, continuo nel tempo, e che tutto ciò che devia da quella coerenza sia una distorsione, un errore, una perdita di controllo. Ma cosa accadrebbe se questa idea fosse, almeno in parte, incompleta? Se la nostra identità non fosse una struttura monolitica, ma un sistema dinamico, composto da molteplici stati interni che coesistono, si alternano, a volte si contraddicono?
La psicologia contemporanea, sostenuta da contributi provenienti dalle neuroscienze e dalla psicoterapia, si sta muovendo proprio in questa direzione. Autori come Daniel J. Siegel descrivono la mente come un processo emergente, non come un’entità fissa, sottolineando come ciò che chiamiamo “sé” sia in realtà il risultato dell’integrazione di molteplici aspetti dell’esperienza (Siegel, 2012). In questo senso, non siamo una cosa sola, ma un sistema complesso, attraversato da stati diversi che si attivano in base al contesto, alla memoria, alle relazioni.
Questa visione trova una formulazione particolarmente chiara nel modello dell’Internal Family Systems (IFS), sviluppato da Richard C. Schwartz, che propone un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria: la mente è composta da “parti”, ciascuna con una propria funzione, una propria storia, un proprio modo di proteggere il sistema (Schwartz, 1995). Non si tratta di frammentazione patologica, ma di una struttura naturale dell’esperienza umana. Secondo questo modello, esistono parti che si occupano di gestire la vita quotidiana, cercando di mantenere ordine e controllo; parti che emergono quando qualcosa ci ferisce, portando con sé emozioni intense come paura, vergogna o dolore; e parti che intervengono per evitare che quel dolore venga sentito, attraverso strategie come l’ipercontrollo, l’evitamento o la distrazione. Queste parti non sono nemiche, ma alleate che hanno imparato, nel tempo, a svolgere un ruolo preciso.
E allora, quando ci chiediamo “chi sono quando non mi riconosco?”, forse la risposta non è “non sono più me stesso”, ma “una parte di me è attiva in questo momento”. È un cambiamento di prospettiva sottile ma potente, perché trasforma il giudizio in curiosità, la colpa in comprensione.
Le neuroscienze affettive offrono un ulteriore supporto a questa visione. Studi sul funzionamento del cervello mostrano come diversi circuiti neurali siano associati a stati emotivi e comportamentali distinti, e come questi circuiti possano attivarsi in modo relativamente autonomo (LeDoux, 1996). Questo significa che, in condizioni di stress o attivazione emotiva, possiamo letteralmente “entrare” in uno stato che modifica il nostro modo di percepire e reagire, senza che la parte più riflessiva della mente abbia il tempo di intervenire. È per questo che, in certi momenti, possiamo sentirci completamente diversi da come siamo di solito. Non è incoerenza, è stato-dipendenza. Il nostro modo di essere cambia in base allo stato interno che è attivo e ogni stato ha una sua logica, una sua funzione, una sua storia.
Il problema non nasce dalla presenza di queste parti, ma dalla mancanza di integrazione tra di esse. Quando una parte prende il sopravvento e le altre vengono escluse, l’esperienza diventa rigida, polarizzata. Possiamo identificarci completamente con uno stato — ad esempio, sentirci solo arrabbiati, solo inadeguati, solo distanti — perdendo il contatto con la complessità del nostro mondo interno. In questi momenti, è facile cadere in una narrazione giudicante: “non dovrei sentirmi così”, “non sono fatto bene”, “c’è qualcosa che non va in me”. Ma se cambiamo prospettiva, possiamo iniziare a vedere queste esperienze come espressioni di parti che stanno cercando di proteggerci. La rabbia può essere una difesa contro la vulnerabilità, il ritiro una strategia per evitare il dolore, il controllo un tentativo di mantenere stabilità.
Anche il lavoro di Bessel van der Kolk ha evidenziato come le esperienze traumatiche possano portare a una frammentazione dell’esperienza interna, in cui diverse parti del sé rimangono “bloccate” in stati specifici (van der Kolk, 2014). In questi casi, la persona può oscillare tra stati molto diversi, senza riuscire a integrarli in una narrazione coerente. Ma anche qui, la chiave non è eliminare queste parti, bensì riconoscerle, ascoltarle, creare connessioni. E forse è proprio qui che si apre una possibilità trasformativa: smettere di chiedersi chi siamo “in assoluto” e iniziare a chiederci chi è presente in noi, in questo momento. È una domanda che non cerca una definizione, ma una relazione. Che non riduce, ma amplia.
In questo processo, emerge spesso una dimensione che il modello IFS chiama “Self”: uno stato di consapevolezza caratterizzato da calma, chiarezza, curiosità e compassione (Schwartz, 1995). Non è una parte tra le altre, ma una qualità della presenza che può entrare in relazione con le diverse parti senza identificarvisi completamente. È ciò che ci permette di dire: “una parte di me si sente così”, invece di “io sono così”. Questa distinzione è fondamentale, perché crea spazi e in quello spazio, diventa possibile ascoltare senza essere travolti, comprendere senza giudicare, accogliere senza perdere il senso di sé.
Anche la relazione con gli altri gioca un ruolo cruciale in questo processo. Le nostre parti si attivano spesso in contesti relazionali, e sono proprio le relazioni che possono offrire nuove esperienze di integrazione. Essere visti, riconosciuti, accolti anche nelle parti più difficili permette al sistema di sviluppare una maggiore flessibilità. Non dobbiamo più nascondere, né combattere, ma possiamo iniziare a includere.
E allora, forse, la domanda iniziale — chi sono quando non mi riconosco? — si trasforma. Non è più una domanda sull’identità come qualcosa di fisso, ma sull’identità come processo. Non siamo una cosa sola, ma una molteplicità in dialogo. E stare bene non significa eliminare le parti difficili, ma permettere loro di essere viste, ascoltate, integrate.
In un mondo che ci chiede coerenza, linearità, definizione, questa visione può sembrare destabilizzante. Ma forse è proprio in questa complessità che si trova una forma più autentica di stabilità: non quella che nasce dall’assenza di variazioni, ma quella che emerge dalla capacità di attraversarle, perché, in fondo, non siamo meno noi stessi quando non stiamo bene. Siamo semplicemente in contatto con una parte di noi che ha qualcosa da dire e imparare ad ascoltarla, invece di silenziarla, è forse uno dei gesti più profondi di cura che possiamo offrirci.
Bibliografia
Siegel, D. J. (2012). The Developing Mind. Guilford Press.
Schwartz, R. C. (1995). Internal Family Systems Therapy. Guilford Press.
LeDoux, J. (1996). The Emotional Brain. Simon & Schuster.
van der Kolk, B. (2014). The Body Keeps the Score. Penguin Books.
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