di Claudia Rufini
Per molto tempo abbiamo pensato all’autostima come a qualcosa da costruire, aumentare, rafforzare, un obiettivo da raggiungere, quasi una vetta: piacersi di più, sentirsi adeguati, avere fiducia in sé. Ci è stato insegnato, in modi più o meno espliciti, che stare bene con se stessi significhi avere un’immagine positiva di sé, credere nel proprio valore, riuscire a guardarsi allo specchio — reale o simbolico — senza giudizio. Eppure, nella pratica clinica e nell’esperienza quotidiana, emerge spesso una contraddizione sottile ma persistente: più cerchiamo di “piacerci”, più rischiamo di allontanarci da ciò che siamo davvero.
È una dinamica paradossale. Perché nel tentativo di costruire un’immagine di noi stessi più accettabile, finiamo per sviluppare una relazione mediata, filtrata, spesso rigida. Non ci sentiamo, ci osserviamo. Non ci viviamo, ci valutiamo. E così, l’autostima — che dovrebbe essere una base sicura — si trasforma in un sistema fragile, costantemente dipendente da conferme esterne o da standard interni difficili da sostenere.
La psicologia contemporanea ha iniziato a interrogarsi profondamente su questo modello. Autori come Kristin Neff hanno proposto una distinzione fondamentale tra autostima e auto-compassione, mostrando come la prima sia spesso legata a processi comparativi — sentirsi “più” o “meno” degli altri — mentre la seconda si fonda su un atteggiamento di accoglienza verso la propria esperienza, indipendentemente dal giudizio (Neff, 2003). In altre parole, mentre l’autostima tradizionale cerca di stabilire quanto valiamo, l’auto-compassione ci invita a restare in relazione con ciò che siamo, anche quando non corrisponde a un ideale. Questo passaggio segna un cambiamento di prospettiva profondo. Perché sposta l’attenzione dall’immagine alla relazione. Non si tratta più di costruire un sé “piacevole”, ma di sviluppare una capacità di contatto con la propria esperienza interna. Ed è qui che emerge un punto centrale, spesso trascurato: non possiamo davvero stimarci se non siamo in grado di sentirci. Sentirsi significa essere in contatto con il proprio corpo, con le emozioni, con le sensazioni che attraversano l’esperienza momento per momento. Significa riconoscere ciò che accade dentro di noi senza doverlo immediatamente correggere, migliorare, rendere accettabile. È una forma di presenza che precede il giudizio e, in questo senso, è una competenza profondamente incarnata.
Le neuroscienze affettive e la teoria dell’attaccamento offrono un quadro che sostiene questa visione. Daniel J. Siegel descrive la salute mentale come la capacità di integrare diversi aspetti dell’esperienza, inclusi quelli corporei ed emotivi (Siegel, 2012). Quando questa integrazione è compromessa, tendiamo a dissociarci da parti di noi che percepiamo come problematiche, sviluppando una relazione frammentata con il nostro mondo interno. In questo contesto, l’autostima può diventare un tentativo di compensazione: invece di sentire ciò che siamo, cerchiamo di costruire un’immagine alternativa.
Anche il lavoro di Allan N. Schore ha evidenziato come la capacità di stare in contatto con se stessi sia radicata nelle prime esperienze relazionali (Schore, 2012). Se, nel corso dello sviluppo, le emozioni sono state accolte, regolate, rispecchiate, allora il sistema nervoso impara a tollerare e integrare gli stati interni. Se invece sono state ignorate, negate o giudicate, può emergere una difficoltà a restare in contatto con ciò che si prova. In questi casi, l’autostima rischia di diventare una costruzione difensiva, una sorta di armatura identitaria che protegge da un senso più profondo di inadeguatezza. Ma questa armatura ha un costo. Perché più cerchiamo di mantenere un’immagine coerente e positiva, più dobbiamo escludere tutto ciò che non vi rientra. Le emozioni difficili, le fragilità, le parti contraddittorie vengono messe ai margini, creando una distanza interna e in quella distanza, spesso, si annida il senso di vuoto.
È qui che la proposta di “smettere di piacersi per iniziare a sentirsi” acquista il suo significato più autentico. Non si tratta di rinunciare a stare bene con se stessi, ma di cambiare il modo in cui definiamo questo stare bene. Non più come approvazione, ma come contatto. Non più come valutazione, ma come presenza. Questo cambiamento richiede un movimento controintuitivo: invece di cercare di migliorare l’immagine di sé, iniziare a esplorare l’esperienza di sé. Significa, ad esempio, portare attenzione a ciò che accade nel corpo quando ci sentiamo insicuri, invece di cercare immediatamente di correggere il pensiero. Significa riconoscere la vergogna senza cercare di eliminarla, la paura senza giudicarla, la tristezza senza interpretarla come un fallimento.
In questo processo, il corpo gioca un ruolo fondamentale. Non come oggetto da modellare, ma come luogo di esperienza. Le sensazioni corporee sono spesso il primo livello attraverso cui emergono gli stati interni, e imparare a restare in contatto con esse può facilitare una relazione più diretta e meno mediata con se stessi. Approcci terapeutici orientati al corpo e alla consapevolezza — come la mindfulness o la psicoterapia somatica — sottolineano proprio questo: la trasformazione non avviene solo attraverso il pensiero, ma attraverso l’esperienza vissuta.
Anche la relazione con gli altri è parte integrante di questo processo. Non impariamo a sentirci da soli, ma attraverso l’incontro. Uno sguardo che accoglie, una presenza che non giudica, una relazione in cui possiamo essere imperfetti senza perdere valore: sono queste le esperienze che permettono al sistema nervoso di sviluppare una sicurezza interna più stabile. In questo senso, l’autostima non è un attributo individuale, ma il risultato di una storia relazionale.
E allora, forse, il punto non è diventare qualcuno che si piace di più, ma qualcuno che riesce a restare con sé anche quando non si piace. Qualcuno che non ha bisogno di essere sempre coerente, sempre forte, sempre adeguato. Qualcuno che può attraversare stati diversi senza perdere il senso di sé. Questa forma di autostima — se vogliamo ancora chiamarla così — è meno spettacolare, meno visibile, ma infinitamente più solida. Non dipende dal successo, né dall’approvazione, né dalla performance. Nasce da una relazione interna che si costruisce nel tempo, fatta di piccoli atti di presenza, di ascolto, di accoglienza e in questa relazione, qualcosa cambia. Non perché diventiamo migliori, ma perché smettiamo di doverlo essere, non perché eliminiamo le parti difficili, ma perché impariamo a includerle, non perché ci piacciamo sempre, ma perché iniziamo, finalmente, a sentirci.
Bibliografia
Neff, K. (2003). Self-Compassion: An Alternative Conceptualization of a Healthy Attitude Toward Oneself. Self and Identity.
Siegel, D. J. (2012). The Developing Mind. Guilford Press.
Schore, A. N. (2012). The Science of the Art of Psychotherapy. Norton.
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