Come scegliere lo psicologo "giusto"? La relazione come cuore del cambiamento

Pubblicato il 5 aprile 2026 alle ore 19:10

di Claudia Rufini 

 

Ci sono decisioni che non nascono da una certezza, ma da una soglia. Il momento in cui si sceglie di rivolgersi a uno psicologo raramente è netto, definito, lineare. Più spesso è un movimento incerto, fatto di esitazioni, di tentativi interiori, di domande che non trovano subito una forma chiara. Tra queste, una si impone con particolare forza, anche se spesso resta implicita: come faccio a capire se è la persona giusta?
È una domanda che contiene, in sé, qualcosa di profondamente umano. Perché non si tratta soltanto di scegliere un professionista, ma di affidarsi a una relazione e ogni relazione, anche quando nasce in un contesto clinico, porta con sé una dimensione di incontro che non può essere completamente prevista, né garantita a priori.

La ricerca psicologica degli ultimi decenni ha mostrato con grande coerenza che ciò che rende efficace un percorso psicologico non è esclusivamente il modello teorico adottato — cognitivo, psicodinamico, sistemico o altri — ma un insieme di fattori comuni, tra cui la qualità della relazione terapeutica occupa un ruolo centrale (Wampold & Imel, 2015; Norcross & Lambert, 2019). Questo dato, ormai ampiamente consolidato, suggerisce che il cambiamento non avviene solo attraverso le tecniche, ma attraverso il modo in cui la persona si sente nella relazione: compresa, accolta, riconosciuta. Non si tratta di un elemento accessorio, ma del terreno su cui il lavoro terapeutico può svilupparsi.

Eppure, proprio perché si tratta di una relazione, non è sempre qualcosa che si crea immediatamente. Non sempre ci si sente “a proprio agio” fin dal primo incontro. E qui emerge uno dei nodi più delicati e meno discussi: cosa succede quando non ci si trova? Quando la relazione non scorre, quando qualcosa non risuona, quando si esce da una seduta con una sensazione di distanza o di incomprensione? In questi casi, è frequente che la persona rivolga il dubbio verso di sé: “sono io che non riesco”, “non sono capace di fare terapia”, “la terapia non funziona per me”. Ma questa interpretazione, per quanto comprensibile, rischia di essere fuorviante.

È fondamentale riconoscere che non tutte le relazioni terapeutiche funzionano allo stesso modo, e che questo non implica un fallimento personale né un limite intrinseco della psicoterapia. Significa, piuttosto, che quella specifica combinazione — quella persona, quel momento, quel tipo di relazione — non è quella più adatta. Così come nella vita non tutte le relazioni diventano significative, anche in terapia può accadere che l’incontro non produca quella qualità di connessione necessaria al cambiamento e questo non invalida il processo terapeutico in sé, ma invita a cercare una relazione più sintonizzata.

La teoria dell’attaccamento, sviluppata da John Bowlby, offre una chiave di lettura particolarmente utile. Bowlby (1969) descriveva la “base sicura” come una relazione che consente l’esplorazione proprio perché offre sicurezza. In psicoterapia, il terapeuta può diventare una forma di base sicura, una presenza che permette di avvicinarsi anche a contenuti difficili senza sentirsi sopraffatti, ma perché questo accada, è necessario che la relazione venga percepita come sufficientemente sicura, coerente, affidabile. Non perfetta, ma abbastanza stabile da sostenere il processo.

Anche le neuroscienze interpersonali, sviluppate da Daniel J. Siegel, mostrano come la qualità delle relazioni influenzi direttamente i processi di integrazione mentale (Siegel, 2012). Sentirsi compresi attiva circuiti neurali legati alla regolazione emotiva, riduce l’attivazione difensiva e favorisce la capacità di riflettere sulla propria esperienza. In altre parole, la relazione terapeutica non è solo un contesto in cui si parla, ma un’esperienza che modifica il funzionamento del sistema. Questo significa che “sentire” che uno psicologo è "giusto" non è una questione puramente razionale, non si basa solo su titoli, approcci teorici o specializzazioni, per quanto importanti; si basa anche — e forse soprattutto — su una percezione interna: come mi sento in questa relazione? Posso parlare liberamente? Mi sento ascoltato davvero? C’è spazio per le mie esitazioni, per le mie contraddizioni? Posso portare anche ciò che mi mette in difficoltà, senza temere di essere giudicato o corretto troppo rapidamente?

Allo stesso tempo, è importante distinguere tra il sentirsi “a proprio agio” e il sentirsi “al sicuro”. La psicoterapia non è sempre un’esperienza confortevole. Può toccare punti dolorosi, attivare emozioni intense, mettere in discussione convinzioni radicate. Ma anche in questi momenti, dovrebbe esserci una qualità di fondo: la sensazione di non essere soli, di essere accompagnati, di poter restare dentro ciò che si sta vivendo. È questa la differenza tra una relazione che sostiene il cambiamento e una che lo ostacola.

Un altro aspetto fondamentale riguarda il tempo. La relazione terapeutica non si costruisce in un singolo incontro. Le prime sedute sono spesso orientate alla conoscenza reciproca, alla definizione del setting, all’esplorazione iniziale della domanda. È normale che all’inizio ci sia una certa distanza, una cautela, una difficoltà a esporsi completamente. Ma nel tempo, dovrebbe emergere un senso crescente di fiducia, di apertura, di possibilità. Se questo non accade, se la sensazione di distanza persiste o si amplifica, è legittimo interrogarsi sulla qualità della relazione.

Le linee guida internazionali sottolineano l’importanza di monitorare costantemente l’alleanza terapeutica e di adattare l’intervento alle caratteristiche della persona (Norcross & Lambert, 2019). Questo implica anche riconoscere quando una relazione non sta funzionando e avere la possibilità di modificarla. In alcuni casi, può essere utile parlarne apertamente con il terapeuta, esplorando insieme le difficoltà. In altri, può essere più opportuno cercare un altro professionista. Entrambe le scelte sono legittime e fanno parte del processo di cura.

È importante, inoltre, considerare che il terapeuta “giusto” può cambiare nel tempo. Ciò che è adatto in una fase della vita potrebbe non esserlo in un’altra. I bisogni evolvono, le domande cambiano, e con esse può cambiare anche il tipo di relazione di cui si ha bisogno. Questo rende la scelta del terapeuta un processo dinamico, non definitivo.

Anche il contesto e la modalità di lavoro possono influenzare questa esperienza. Alcune persone si trovano meglio in presenza, altre online. Alcuni preferiscono un approccio più strutturato, altri uno più esplorativo. La ricerca suggerisce che diversi approcci terapeutici possono essere efficaci e che la differenza principale risiede nella loro capacità di adattarsi alla persona (Wampold & Imel, 2015). Questo rafforza l’idea che non esista una terapia “migliore” in assoluto, ma una terapia più adatta.

E allora, forse, la domanda iniziale — come faccio a capire se è la persona giusta? — può essere trasformata. Non in una risposta definitiva, ma in un orientamento interno. Non si tratta di trovare il terapeuta perfetto, ma quello con cui è possibile iniziare a costruire una relazione sufficientemente buona, abbastanza sicura, abbastanza autentica, una relazione in cui qualcosa può accadere, perché, in fondo, la psicoterapia non è un luogo in cui si va a essere aggiustati, ma uno spazio in cui si viene incontrati e trovare chi può incontrarci davvero richiede tempo, ascolto, e a volte anche il coraggio di dire: qui non mi sento visto. Ma è proprio in questo processo — nel cercare, nel provare, nel riconoscere — che si apre una possibilità più profonda: quella di scegliere una relazione che non ripeta ciò che abbiamo sempre conosciuto, ma che permetta qualcosa di nuovo.

 

Bibliografia
Bowlby, J. (1969). Attachment and Loss. Basic Books.
Siegel, D. J. (2012). The Developing Mind. Guilford Press.
Norcross, J. C., & Lambert, M. J. (2019). Psychotherapy Relationships That Work. Oxford University Press.
Wampold, B. E., & Imel, Z. E. (2015). The Great Psychotherapy Debate. Routledge.

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