di Claudia Rufini
Ci sono relazioni che ci fanno sentire a casa senza che sappiamo spiegare perché. Non necessariamente perfette, non prive di conflitti, ma attraversate da una qualità sottile e riconoscibile: la possibilità di essere se stessi senza paura. E poi ci sono relazioni che, pur essendo intense, coinvolgenti, a tratti persino vitali, lasciano una traccia diversa, più ambigua: tensione, incertezza, bisogno costante di adattarsi, paura di perdere l’altro. Due esperienze profondamente diverse, eppure entrambe possono essere chiamate amore. È qui che si apre una delle domande più complesse dell’esperienza umana: cosa distingue una relazione che cura da una che ferisce? E perché, così spesso, restiamo anche quando il legame ci fa male?
Per comprendere questa dinamica, è necessario spostare lo sguardo dal piano delle intenzioni a quello dell’esperienza vissuta, e in particolare al modo in cui le relazioni vengono registrate dal nostro sistema nervoso. Le neuroscienze interpersonali e la teoria dell’attaccamento hanno mostrato con chiarezza che il bisogno di connessione è primario, non accessorio. Non siamo fatti per essere soli. Il nostro sistema nervoso si sviluppa, si organizza e si regola attraverso la relazione. John Bowlby ha descritto l’attaccamento come un sistema motivazionale fondamentale, orientato alla ricerca di sicurezza (Bowlby, 1969). Fin dall’inizio della vita, impariamo a riconoscere segnali di presenza, assenza, disponibilità, rifiuto. E su queste esperienze costruiamo modelli interni che continueranno a guidare il modo in cui entriamo in relazione. Ma la sicurezza non è solo un concetto psicologico: è una condizione fisiologica. Stephen W. Porges ha mostrato come il nostro sistema nervoso autonomo sia costantemente impegnato in una valutazione implicita dell’ambiente, attraverso un processo che chiama neurocezione (Porges, 2011). In presenza di segnali di sicurezza — un tono di voce caldo, uno sguardo accogliente, una presenza stabile — si attiva il sistema vagale ventrale, che favorisce calma, apertura, connessione. In presenza di segnali di minaccia, invece, si attivano sistemi di difesa: mobilitazione (ansia, attacco, fuga) o immobilizzazione (ritiro, spegnimento).
Le relazioni, quindi, non sono neutre: regolano il nostro stato interno. Una relazione che cura è una relazione che, nel tempo, favorisce stati di sicurezza. Non significa assenza di conflitto, ma presenza di riparazione. Non significa perfezione, ma coerenza. È una relazione in cui possiamo attraversare momenti difficili senza perdere il senso di essere visti, riconosciuti, tenuti in mente. Al contrario, una relazione che ferisce è spesso caratterizzata da imprevedibilità, incoerenza, mancanza di sintonizzazione. Può esserci intensità, ma non sicurezza; vicinanza, ma non stabilità. E il sistema nervoso, in questi contesti, può oscillare continuamente tra attivazione e spegnimento, senza trovare un equilibrio.
Eppure - ed è questo il punto più delicato - non sempre riconosciamo immediatamente queste differenze, perché ciò che ci fa stare male può, paradossalmente, essere familiare. I modelli di attaccamento sviluppati nell’infanzia tendono a riprodursi nelle relazioni adulte. Se abbiamo imparato che l’amore è incostante, che la vicinanza è seguita da distanza, che per essere accettati dobbiamo adattarci, è possibile che queste dinamiche vengano percepite come “normali”, anche quando generano sofferenza.
Daniel J. Siegel descrive questi modelli come rappresentazioni implicite che guidano il comportamento relazionale senza passare dalla consapevolezza (Siegel, 2012). Non scegliamo solo con la mente, ma con l’intero sistema e il sistema tende a orientarsi verso ciò che conosce. Questo spiega, almeno in parte, perché restiamo anche quando stiamo male. Non è solo paura di perdere l’altro, ma anche difficoltà a immaginare qualcosa di diverso. Il legame, anche se doloroso, offre una forma di coerenza interna. E rompere quella coerenza può essere destabilizzante quanto restarvi. A questo si aggiunge un altro elemento fondamentale: il bisogno di attaccamento non si spegne in presenza del dolore. Anzi, spesso si intensifica. Quando una relazione è incerta o instabile, il sistema può attivarsi ancora di più, cercando di ristabilire la connessione. È ciò che rende alcune relazioni così difficili da lasciare: nonostante la sofferenza, il legame continua a essere percepito come necessario.
Il lavoro di Allan N. Schore ha evidenziato come la regolazione emotiva sia profondamente legata alla relazione con l’altro, e come le esperienze precoci influenzino la capacità di gestire stati interni complessi (Schore, 2012). In relazioni disfunzionali, possiamo trovarci in una condizione di disregolazione cronica, in cui il corpo oscilla tra stati senza riuscire a stabilizzarsi.
E allora, come riconoscere una relazione che cura? Non attraverso criteri astratti, ma attraverso l’esperienza interna. Come mi sento in presenza dell’altro? Posso essere autentico senza paura? C’è spazio per il conflitto senza che il legame venga messo in discussione? Posso esprimere un bisogno senza sentirmi in colpa? Sono domande semplici, ma profondamente rivelatrici. Perché riportano l’attenzione dal comportamento dell’altro alla qualità della relazione e allo stesso tempo, è importante riconoscere che uscire da una relazione che ferisce non è solo una scelta razionale, ma un processo. Richiede tempo, supporto, nuove esperienze. Non basta “capire” che qualcosa non funziona; è necessario che il sistema nervoso possa sperimentare, anche altrove, stati di sicurezza.
In questo senso, la psicoterapia può offrire uno spazio fondamentale. Non solo per comprendere i propri schemi, ma per vivere una relazione diversa, una relazione in cui il ritmo è regolato, la presenza è costante, l’esperienza è accolta e in questa esperienza, il sistema può iniziare a costruire nuove mappe.
Ma anche al di fuori del contesto terapeutico, esiste la possibilità di trasformazione. Ogni relazione che offre sicurezza, anche parziale, può contribuire a questo processo. Ogni esperienza in cui siamo visti senza doverci adattare, ascoltati senza essere giudicati, può diventare un punto di riferimento interno. E forse, alla fine, la distinzione tra relazioni che curano e relazioni che feriscono non è una linea netta, ma una direzione. Una relazione cura quando ci avvicina a noi stessi, quando amplia la nostra capacità di sentire, quando sostiene la nostra integrità. Ferisce quando ci allontana, quando ci restringe, quando ci costringe a rinunciare a parti di noi per mantenere il legame. Riconoscere questa differenza non è sempre immediato. Richiede ascolto, pazienza, e spesso il coraggio di mettere in discussione ciò che abbiamo sempre considerato “normale”, ma è un passaggio fondamentale, perché da esso dipende non solo la qualità delle nostre relazioni, ma anche la qualità della nostra esperienza interna perché, in fondo, non siamo solo ciò che viviamo, ma anche il modo in cui lo viviamo. E le relazioni, più di ogni altra cosa, hanno il potere di modellare quel modo. Possono ferire, sì, ma possono anche, lentamente e profondamente, curare.
Bibliografia
Bowlby, J. (1969). Attachment and Loss. Basic Books.
Porges, S. W. (2011). The Polyvagal Theory. Norton.
Siegel, D. J. (2012). The Developing Mind. Guilford Press.
Schore, A. N. (2012). The Science of the Art of Psychotherapy. Norton.
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