di Claudia Rufini
Ci sono corpi che non vengono più abitati, ma osservati da lontano, come oggetti da correggere, misurare, disciplinare. Corpi che smettono di essere casa e diventano progetto. Nei disturbi del comportamento alimentare (DCA), questo scarto è spesso il cuore della sofferenza: non si tratta soltanto di cibo, di peso o di forma, ma di una relazione interrotta con il proprio sentire. Il corpo non è più luogo di esperienza, ma territorio di conflitto e in questo scenario, lo sport può assumere due volti opposti, quasi speculari: può diventare uno strumento di riconnessione, oppure un ulteriore dispositivo di controllo.
Comprendere questa ambivalenza è essenziale per cogliere il ruolo che l’attività fisica può avere nei disturbi alimentari. Da un lato, il movimento è una delle forme più antiche e naturali di espressione del corpo. Attraverso il gesto, il ritmo, la fatica e il respiro, il corpo torna a essere vissuto dall’interno. Le neuroscienze e la psicologia del corpo mostrano come l’attività fisica possa favorire la regolazione emotiva, migliorare la percezione corporea e sostenere processi di integrazione mente-corpo (Stanton & Reaburn, 2014). In particolare, pratiche che coinvolgono consapevolezza e presenza — come il movimento lento, il contatto con il respiro, la coordinazione — possono riattivare quella dimensione incarnata dell’esperienza che nei disturbi alimentari spesso viene compromessa.
Autori come Bessel van der Kolk hanno sottolineato come il corpo non sia solo il luogo in cui il trauma si manifesta, ma anche il luogo attraverso cui può essere trasformato (van der Kolk, 2014). In questo senso, lo sport, se vissuto in modo non prestazionale, può diventare una via di accesso al sentire: un modo per tornare a percepire il corpo non come nemico, ma come alleato. Il movimento può restituire sensazioni dimenticate, riaprire canali di comunicazione interni, offrire un’esperienza diretta di vitalità.
Eppure, accanto a questa possibilità, esiste un rischio altrettanto reale e clinicamente rilevante: quello che l’attività fisica venga utilizzata come strumento di compensazione. Nei DCA, in particolare nell’anoressia nervosa e nella bulimia, lo sport può diventare parte integrante del sintomo. Non più espressione di vitalità, ma mezzo per controllare il corpo, per “bruciare”, per neutralizzare il senso di colpa legato al cibo. In questi casi, il movimento perde la sua funzione regolativa e diventa compulsivo, rigido, scollegato dal piacere.
La letteratura scientifica evidenzia come l’esercizio fisico compulsivo sia presente in una percentuale significativa di persone con disturbi alimentari e sia associato a maggiore gravità del quadro clinico e a esiti terapeutici più complessi (Meyer et al., 2011). Non si tratta semplicemente di “fare troppo sport”, ma di un uso specifico dell’attività fisica: orientato al controllo, alla punizione, alla riduzione dell’ansia. Il corpo, in questo contesto, non viene ascoltato, ma forzato.
È qui che emerge il nodo centrale: non è lo sport in sé a essere terapeutico o dannoso, ma il significato che assume all’interno della relazione con il corpo. Lo stesso gesto — correre, allenarsi, muoversi — può essere un atto di cura o un atto di violenza, a seconda dell’intenzione che lo guida. Per questo, parlare di sport nei disturbi alimentari richiede una riflessione più ampia, che includa l’educazione al movimento. Non si tratta solo di prescrivere o limitare l’attività fisica, ma di accompagnare la persona a costruire un nuovo rapporto con il corpo, un rapporto che non sia basato sulla prestazione, ma sulla percezione. Non sul risultato, ma sull’esperienza.
In questo senso, l’approccio terapeutico deve essere integrato. Le linee guida internazionali, come quelle del National Institute for Health and Care Excellence (NICE, 2017), sottolineano l’importanza di un trattamento multidisciplinare nei disturbi alimentari, che includa interventi psicologici, nutrizionali e, quando appropriato, corporei. L’attività fisica può essere introdotta in modo graduale e supervisionato, con l’obiettivo non di modificare il corpo, ma di ristabilire un contatto con esso. Questo implica anche un lavoro sulla consapevolezza: imparare a distinguere tra movimento e compulsione, tra desiderio e obbligo, tra ascolto e controllo. Significa, ad esempio, chiedersi: sto facendo questo per prendermi cura di me o per punirmi? Sto seguendo un ritmo interno o un imperativo esterno? Posso fermarmi quando il corpo lo chiede? Domande semplici, ma radicali. Perché riportano l’attenzione su ciò che spesso viene perso: la relazione.
Anche il contesto culturale ha un ruolo importante. Viviamo in una società che valorizza il corpo come oggetto estetico e lo sport come mezzo per raggiungere standard ideali. Messaggi come “no pain, no gain” o “allenati per meritarti il cibo” sono diffusi e, in alcuni casi, interiorizzati. In persone vulnerabili, questi messaggi possono rinforzare dinamiche disfunzionali, trasformando lo sport in un’estensione del disturbo. Per questo, è fondamentale promuovere una cultura del movimento più consapevole e inclusiva, una cultura che riconosca il valore del corpo non per come appare, ma per come si sente, che valorizzi il movimento come esperienza, non come prestazione, che insegni a rispettare i limiti, non a superarli a ogni costo.
In ambito clinico, questo si traduce in pratiche che favoriscono la riconnessione corporea: esercizi di consapevolezza, movimento guidato, attività non competitive. L’obiettivo non è migliorare la performance, ma ampliare la capacità di sentire e in questo sentire, può emergere qualcosa di nuovo: una relazione più gentile, più flessibile, più autentica con il proprio corpo.
Il percorso non è lineare. Ci sono momenti in cui il movimento può riattivare dinamiche di controllo, in cui il confine tra cura e sintomo si fa sottile. Ma proprio per questo, è importante che lo sport non sia introdotto come soluzione, ma come parte di un processo più ampio, sostenuto da una cornice terapeutica e forse, alla fine, ciò che conta non è quanto ci muoviamo, ma come; non quanto il corpo cambia, ma come viene vissuto, perché il vero cambiamento, nei disturbi del comportamento alimentare, non riguarda solo il comportamento, ma la relazione, una relazione che può essere ferita, distorta, interrotta, ma anche, lentamente, ricostruita. E in questo processo, il movimento può diventare qualcosa di diverso: non più un mezzo per allontanarsi da sé, ma una via per tornare; non più un esercizio di controllo, ma un gesto di ascolto; non più una risposta alla paura, ma un’espressione di vita.
Bibliografia
van der Kolk, B. (2014). The Body Keeps the Score. Penguin Books.
Meyer, C., Taranis, L., Goodwin, H., & Haycraft, E. (2011). Compulsive exercise and eating disorders. European Eating Disorders Review.
National Institute for Health and Care Excellence (2017). Eating disorders: recognition and treatment.
Stanton, R., & Reaburn, P. (2014). Exercise and mental health. Journal of Science and Medicine in Sport.
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