Il corpo che ricorda: tracce invisibili, memoria incarnata e il linguaggio silenzioso della sopravvivenza

Pubblicato il 3 aprile 2026 alle ore 00:50

di Claudia Rufini

 

Ci sono esperienze che non se ne vanno davvero, anche quando il tempo sembra averle portate lontano. Non abitano più nei racconti che facciamo, né nei pensieri che sappiamo formulare con chiarezza; si ritirano altrove, in una geografia più silenziosa e profonda, dove il linguaggio si dissolve e resta solo la sensazione. È lì che il passato continua a vivere, non come ricordo narrato, ma come presenza incarnata. Il corpo, in questo senso, non dimentica. Custodisce, trattiene, a volte protegge, altre volte ripete. E ciò che chiamiamo sintomo, spesso, non è altro che una memoria che non ha ancora trovato un modo per essere ascoltata.

Il lavoro di Bessel van der Kolk ha contribuito in modo decisivo a rendere visibile questa realtà: il trauma non è soltanto ciò che è accaduto, ma ciò che accade nel corpo quando quell’esperienza non è stata pienamente integrata (van der Kolk, 2014). In questa prospettiva, il passato non è confinato in un “prima”, ma continua a manifestarsi nel presente attraverso stati fisiologici, reazioni emotive, posture, tensioni muscolari, schemi relazionali. Non è una metafora poetica: è un dato neurobiologico.

Per comprendere questo fenomeno, è necessario spostare lo sguardo dalla memoria esplicita — quella che possiamo raccontare — alla memoria implicita, che opera al di sotto della coscienza. Studi neuroscientifici hanno mostrato come esperienze intense, soprattutto se associate a paura o impotenza, vengano immagazzinate in circuiti cerebrali profondi, come l’amigdala, e nel sistema sensomotorio, piuttosto che nell’ippocampo, che è deputato alla narrazione coerente degli eventi (LeDoux, 1996; Siegel, 2012). Questo significa che il trauma può non essere ricordato come una storia, ma riattivato come uno stato: un’accelerazione improvvisa del cuore, un senso di pericolo senza oggetto, una chiusura che arriva senza preavviso.

È qui che nasce uno dei paradossi più dolorosi dell’esperienza umana: possiamo sapere di essere al sicuro e, allo stesso tempo, non riuscire a sentirlo. Il corpo, infatti, non risponde alla logica, ma alla percezione. E questa percezione è spesso modellata da ciò che è stato vissuto in passato. Un tono di voce può riattivare una paura antica, uno sguardo può evocare un ricordo che non sappiamo nominare, una distanza emotiva può far emergere un senso di abbandono che credevamo superato. Non si tratta di esagerazioni o fragilità: si tratta di coerenza biologica. Il sistema nervoso, progettato per garantire la sopravvivenza, privilegia la velocità alla precisione. Meglio reagire a un falso allarme che ignorare un pericolo reale.

In questo senso, molti dei comportamenti che giudichiamo “irrazionali” acquisiscono una nuova intelligibilità. L’ansia che emerge senza motivo apparente, la difficoltà a fidarsi, la tendenza a evitare certe situazioni, persino il senso di vuoto o di disconnessione: tutto può essere letto come un tentativo del corpo di proteggere l’organismo da qualcosa che, a un livello profondo, viene ancora percepito come minaccioso. Come sottolinea van der Kolk, “il corpo tiene il conto” (2014): registra, conserva e, quando necessario, riattiva.

Questa prospettiva trova risonanza anche negli studi sull’attaccamento e sulla regolazione emotiva. Allan N. Schore ha mostrato come le prime relazioni plasmino in modo duraturo i sistemi neurobiologici deputati alla gestione delle emozioni (Schore, 2012). Se l’ambiente è stato imprevedibile, intrusivo o assente, il sistema nervoso può sviluppare modalità di funzionamento orientate alla difesa: iperattivazione, chiusura, difficoltà a modulare gli stati interni. Queste modalità, inizialmente adattive, possono diventare rigide nel tempo, influenzando il modo in cui percepiamo noi stessi e gli altri.

Ma dire che il corpo ricorda non significa condannarlo a ripetere. Al contrario, significa riconoscere che esiste una via di accesso alla trasformazione che passa proprio da lì, dal corpo, dalle sensazioni, da ciò che spesso abbiamo imparato a ignorare. La ricerca contemporanea, integrando contributi della neuroscienza, della psicoterapia somatica e della teoria dell’attaccamento, suggerisce che la guarigione non avviene solo attraverso la comprensione cognitiva, ma attraverso nuove esperienze corporee e relazionali che permettono al sistema nervoso di aggiornarsi (Siegel, 2012; Porges, 2011).

Questo implica un cambiamento di paradigma: non si tratta più soltanto di “capire cosa è successo”, ma di “sentire qualcosa di diverso nel presente”. Un respiro che si approfondisce, una tensione che si scioglie, una relazione in cui ci si sente finalmente visti e al sicuro: sono questi i momenti in cui il corpo inizia a riscrivere la propria memoria. Non cancellando il passato, ma integrandolo in una storia più ampia, meno frammentata.

In questa luce, anche la psicoterapia assume un significato nuovo. Non è solo uno spazio di parola, ma un luogo in cui il sistema nervoso può sperimentare stati di sicurezza che forse non ha mai conosciuto pienamente. La presenza regolata del terapeuta, il ritmo della relazione, la possibilità di esplorare le sensazioni senza esserne travolti: tutto contribuisce a creare le condizioni perché il corpo possa, gradualmente, lasciar andare le difese che non sono più necessarie.

E forse, al di là dei modelli teorici, ciò che emerge è una verità semplice e radicale: il corpo non è un archivio passivo, ma un organismo vivo, capace di apprendere, di adattarsi, di trasformarsi. Le tracce del passato non sono condanne, ma testimonianze. Raccontano ciò che è stato, ma anche ciò che è sopravvissuto. E in ogni tensione, in ogni reazione, in ogni silenzio corporeo, c’è un’intelligenza che ha cercato — e continua a cercare — la via della vita.

Ascoltare il corpo, allora, non è un atto di introspezione fine a se stesso, ma un gesto profondamente etico: significa riconoscere dignità a ciò che abbiamo vissuto, anche quando non sappiamo raccontarlo. Significa smettere di chiedere al corpo di tacere e iniziare a chiedergli cosa ha da dire. Perché è proprio lì, in quel linguaggio fatto di sensazioni, che il passato può finalmente trovare un presente in cui non essere più soltanto sopravvivenza, ma possibilità.

 

Bibliografia
van der Kolk, B. (2014). The Body Keeps the Score. Penguin Books.
LeDoux, J. (1996). The Emotional Brain. Simon & Schuster.
Siegel, D. J. (2012). The Developing Mind. Guilford Press.
Schore, A. N. (2012). The Science of the Art of Psychotherapy. Norton.
Porges, S. W. (2011). The Polyvagal Theory. Norton.

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