di Claudia Rufini
Ci sono momenti, nella vita, in cui qualcosa dentro di noi si contrae senza che sappiamo davvero perché. Una parola detta con un tono sbagliato, uno sguardo sfuggente, un silenzio troppo lungo: all’improvviso il corpo cambia stato. Il respiro si accorcia, il cuore accelera, oppure, al contrario, tutto si spegne, come se una nebbia calasse dall’interno. Spesso proviamo a spiegare queste reazioni con la logica, ma la verità è che accadono prima del pensiero. È qui che la teoria polivagale, elaborata dal neuroscienziato Stephen W. Porges, offre una chiave di lettura tanto semplice quanto radicale: il nostro sistema nervoso non reagisce solo a ciò che accade, ma a ciò che percepisce come sicurezza o minaccia, e lo fa in modo automatico, silenzioso, profondamente incarnato.
Secondo questa prospettiva, non siamo semplicemente creature che pensano e poi reagiscono; siamo, prima di tutto, organismi che sentono e si organizzano intorno a quella sensazione. Il cuore della teoria risiede nel nervo vago, una struttura antica e complessa che collega il cervello al corpo, attraversando organi, muscoli, viso, voce. Ma ciò che rende la teoria “polivagale” è l’idea che questo sistema non sia unico e lineare, bensì articolato in più circuiti, stratificati nel tempo evolutivo. Esiste una parte più recente, il sistema vagale ventrale, che si attiva quando percepiamo sicurezza e ci permette di entrare in relazione, di sorridere, di modulare la voce, di sentirci presenti. Accanto a questo, vi è il sistema simpatico, che mobilita il corpo all’azione quando avvertiamo pericolo: è l’energia della fuga o dell’attacco. E infine, più in profondità, il sistema vagale dorsale, il più antico, che interviene quando la minaccia è percepita come inevitabile, portandoci verso stati di immobilità, spegnimento, ritiro.
Questa gerarchia non è teorica, ma vissuta ogni giorno. È ciò che accade quando, in una conversazione, ci sentiamo accolti e allora il corpo si distende, la mente si apre, le parole fluiscono. Ed è ciò che accade quando, invece, qualcosa incrina quella sicurezza: il tono cambia, il corpo si irrigidisce, l’attenzione si restringe. E se la tensione diventa troppo intensa, può emergere un senso di distacco, come se ci allontanassimo da noi stessi. Non è debolezza, né mancanza di volontà: è il sistema nervoso che, attraverso ciò che Porges chiama neurocezione, valuta costantemente l’ambiente e decide quale stato attivare per garantire la sopravvivenza (Porges, 2007).
Questa parola, neurocezione, racchiude un’intuizione potente: non tutto ciò che viviamo passa dalla coscienza. C’è una forma di percezione primaria, implicita, che legge i segnali del mondo — un’espressione facciale, un tono di voce, una postura — e li traduce in stati corporei. È per questo che possiamo “sapere” di essere al sicuro e, allo stesso tempo, non riuscire a sentirlo. Il corpo non segue le convinzioni, segue le sensazioni. E quando queste sensazioni sono state segnate da esperienze difficili o traumatiche, il sistema può rimanere intrappolato in modalità di difesa anche in assenza di un pericolo reale.
In questo senso, la teoria polivagale ha trasformato profondamente la comprensione del trauma. Non più soltanto un evento passato, ma una traccia viva nel sistema nervoso, una risposta che non ha trovato compimento. L’ansia, l’iperattivazione, la dissociazione, il senso di vuoto non sono più letti come sintomi da eliminare, ma come tentativi del corpo di proteggere l’organismo. È un cambio di sguardo che apre alla compassione: ciò che chiamiamo “disfunzione” è spesso una forma di adattamento.
Ma forse l’aspetto più rivoluzionario della teoria è un altro, più sottile e profondamente umano: l’idea che la sicurezza non sia un concetto, ma un’esperienza condivisa. Il sistema vagale ventrale, quello che ci permette di sentirci calmi e connessi, si attiva soprattutto nella relazione. Non basta dirsi “va tutto bene”; serve un volto che lo trasmetta, una voce che lo incarni, una presenza che lo renda reale. Fin dall’inizio della vita, impariamo a regolarci attraverso l’altro: uno sguardo accogliente calma il battito, una voce dolce rallenta il respiro. Questo processo, chiamato co-regolazione, non è qualcosa che lasciamo nell’infanzia; continua ad accompagnarci per tutta la vita, anche se spesso lo dimentichiamo.
E allora la teoria polivagale entra nella quotidianità in modo silenzioso ma concreto. Diventa la possibilità di riconoscere i propri stati senza giudicarli, di accorgersi che quell’irritazione improvvisa non è “carattere”, ma attivazione; che quella stanchezza profonda non è pigrizia, ma forse una forma di spegnimento. Diventa la capacità di intervenire non contro il corpo, ma insieme al corpo: attraverso il respiro che si allunga, il movimento che ritma, la voce che vibra. Anche piccoli gesti — una passeggiata lenta, una mano sul petto, uno sguardo gentile — possono diventare atti di regolazione.
E soprattutto, diventa un invito a ripensare le relazioni. Se il nostro sistema nervoso è costantemente in ascolto dell’altro, allora ogni interazione ha un impatto fisiologico. Essere presenti, autentici, regolati non è solo una qualità emotiva, ma un atto biologico che può offrire sicurezza. In un mondo che spesso premia la performance e la velocità, questa prospettiva restituisce valore alla lentezza, alla presenza, alla qualità del contatto.
In ambito clinico, queste intuizioni hanno trovato applicazione in numerosi approcci terapeutici, che integrano il lavoro sul corpo con quello sulla mente. La psicoterapia non è più solo un luogo di parola, ma uno spazio in cui il sistema nervoso può sperimentare nuove possibilità: passare dalla difesa alla sicurezza, dalla chiusura alla connessione. Autori come van der Kolk (2014), Schore (2012) e Siegel (2012) hanno contribuito a integrare queste conoscenze, mostrando come la regolazione emotiva sia profondamente radicata nei processi corporei e relazionali.
E forse, alla fine, la teoria polivagale ci consegna qualcosa di più di un modello scientifico. Ci offre una metafora viva: quella di un corpo che ascolta, che interpreta, che protegge. Un corpo che non è un ostacolo da superare, ma un alleato da comprendere. Ci ricorda che sotto ogni reazione c’è un tentativo di sopravvivenza, e sotto ogni tentativo, un bisogno di sicurezza. E che questa sicurezza, così fragile e così potente, non si costruisce da soli, ma si riconosce, si rispecchia, si condivide.
In un tempo che spesso ci allontana da noi stessi, forse la vera rivoluzione è questa: tornare a sentire. Non per controllare ciò che accade dentro di noi, ma per incontrarlo. Non per correggere il corpo, ma per ascoltarlo. Perché è lì, in quel dialogo silenzioso tra sistema nervoso e mondo, che si gioca la possibilità più profonda: quella di sentirsi, finalmente, al sicuro.
Bibliografia
Porges, S. W. (2011). The Polyvagal Theory. Norton.
Porges, S. W. (2017). The Pocket Guide to the Polyvagal Theory. Norton.
Dana, D. (2018). The Polyvagal Theory in Therapy. Norton.
van der Kolk, B. (2014). The Body Keeps the Score. Penguin.
Schore, A. N. (2012). The Science of the Art of Psychotherapy. Norton.
Siegel, D. J. (2012). The Developing Mind. Guilford Press.
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